Il bullismo: cosa fare quando il problema è già in atto?


Carissimi, eccoci al terzo e ultimo appuntamento concernente la problematica del bullismo. Abbiamo riflettuto sul figlio vittima e sul figlio aggressore, ora spostiamo il nostro riflettore sulla famiglia e sulle sue dinamiche. Cercheremo di focalizzarci su cosa poter fare, su cosa sia consigliabile non fare, su come rivolgerci agli insegnanti.

Aprirsi al dialogo rispettando il silenzio

Come genitori, quando siamo di fronte a comportamenti che ci mettono in allarme, è importante mantenere aperto il dialogo, rimanendo disponibili senza mettere il ragazzo sotto pressione. Ad esempio, non è conveniente usare frasi del tipo: “Ma dai, avanti, parla, insomma, che sarà mai, che sta accadendo a scuola?” Un atteggiamento del genere porta spesso alla chiusura; il ragazzo sente che il suo problema viene in fondo già sminuito, trattato come “cose da ragazzi”. Consideriamo, inoltre, che spesso si tratta di preadolescenti o adolescenti, in un’età, cioè, dove punto di forza è il riuscire a farcela da soli, separarsi dai genitori. Essere costretti a dover chiedere di nuovo il loro aiuto potrebbe essere sentito come una sconfitta al bisogno di autonomia e di affermazione del sé, tipico di questa età.

E’ necessario riuscire, allora, come degli esperti funamboli, a rimanere in equilibrio sul filo di una disponibilità, senza imposizione (…ci sono se tu vorrai); mantenere una disposizione al dialogo, ma non rimanere delusi se questo non è richiesto. È importante riuscire a rispettare anche il silenzio, facendo capire che si è sempre presenti, ma rispettosi. Può accadere che il ragazzo provi a farcela da solo, specie se è adolescente. Possiamo ritrovarlo a casa con qualche livido, ferita e sarà difficile allora rispettare il suo silenzio, ma possiamo rassicurarlo, dicendogli che siamo sempre lì se ha bisogno di noi, senza essere intrusivi.

Se il rapporto fra genitori e ragazzo è “sufficientemente” buono e negli anni sono riusciti a costruire un buon canale di comunicazione, la fase del silenzio generalmente passa e il figlio arriva a confidarsi spontaneamente.

Essere più presenti per restituire alla vittima la sua dignità di persone

Quindi, accanto al dialogo possiamo offrire disponibilità. Parliamo di disponibilità in senso ampio: disponibilità di ascolto, di tempo, ad esempio potremmo offrirci di accompagnare il ragazzo a scuola e aspettare che entri o esca. Per evitare che “l’accompagnamento” sia considerato una sorta di regressione infantile, possiamo anticipare al ragazzo che offriremo questo sostegno e questa protezione senza farci notare (lui/lei davanti e noi sullo sfondo). In genere questa disponibilità spiazza nostro figlio: gli adulti sono oberati d’impegni e il fatto che si è pronti a metterli al secondo posto, pone il suo problema in primo piano e il ragazzo sa a questo punto che può contare concretamente sulla famiglia come alleata e che la famiglia gli sta restituendo una dignità come persona (”tu vali, sei prezioso per noi, tutto il resto può attendere…”).

Informare gli insegnanti e la scuola per stabilire una strategia

Abbiamo già avuto modo di riflettere sul fatto che non sia conveniente, appena sappiamo che nostro figlio è vittima di bullismo, precipitarsi furiosi a scuola colpevolizzando gli insegnanti di scarsa sorveglianza. Appare, invece, molto costruttivo un colloquio informativo; si può intavolare il discorso, chiedendo se hanno notato qualche cambiamento in nostro figlio, facendoli partecipi delle nostre preoccupazioni circa la sua salute (“…ho notato che ha qualche problema di sonno, di appetito, fa fatica a uscire con i suoi compagni di sempre…”) o chiedere loro se hanno notato qualche cambiamento in classe.

Una volta creato un clima di alleanza costruttiva e non di reciproca critica, si possono attuare diverse strategie in ambiente scolastico.

Può essere utile far compilare agli alunni un questionario anonimo e organizzare una giornata di dibattito sui risultati ottenuti (invitando anche un consulente esperto psicologo); possono istituirsi incontri fra genitori e incontri fra genitori e insegnanti per acquisire consapevolezza e comprendere le dimensioni del fenomeno.
Una migliore attività di controllo durante la ricreazione e la mensa metterebbero al sicuro le potenziali vittime; sono, infatti, questi i momenti in cui, in ambiente scolastico, i bulli agiscono indisturbati. In genere sono gli studenti più grandi a fare i bulli con quelli più piccoli, si può quindi valutare di dividere gli spazi e i tempi della ricreazione per gli uni e per gli altri.

Elogi, ricompense e sanzioni possono servire a modificare il comportamento degli studenti più aggressivi, ma non sono l’unico strumento per far cambiare atteggiamento al bullo. Molto utile può essere l’attuazione di un intervento di psicoeducazione, cioè di educazione alle emozioni. L’educazione emotiva lavora sul riconoscimento e sulla modulazione dell’esperienza emotiva. Si possono così suggerire ai bulli delle modalità più congrue per esprimere il loro disagio interiore, aiutarli ad assumere il punto di vista della vittima con l’intento di evitare la ripetizione dei comportamenti sui quali si cerca di intervenire. Allo stesso tempo è possibile insegnare alle vittime a essere più sicure, a gestire la paura e a chiedere aiuto agli altri.

Si possono anche istituire “cassette delle proteste” dove poter lasciare dei biglietti con scritto quello che succede in forma autonoma. Possono essere individuati in ciascuna classe degli elementi leader che aiutino le vittime o aprire uno sportello psicopedagogico che sia di riferimento per bambini e adulti.
Se la situazione è ormai fuori controllo e pensiamo che ci sia una condizione di pericolosità alta, occorre chiedere aiuto all’esterno dalla famiglia e della scuola; vi sono istituzioni pubbliche che difendono dalle situazioni gravi di bullismo.

Spesso si ha timore o vergogna di raccontare personalmente ciò che sta succedendo, potrebbe essere di aiuto nei casi gravi, per genitori e vittime, avere un numero di telefono al quale rivolgersi. Su questa linea d’intervento si colloca l’istituzione del Telefono Azzurro, al numero 1.96.96 o per via chat, attiva tutti i giorni dalle 16.00 alle 20.00. In questo modo possono essere denunciati fenomeni di bullismo. Le eventuali denunce gravi sono trasmesse dagli operatori alla questura di competenza.

Concludendo questi nostri incontri, credo che sia importante per tutti noi, di fronte a difficoltà importanti di questo tipo, interrogarci come genitori, porci in una condizione di domande aperte, piuttosto che di risposte certe. Il bullismo, cari fratelli, affonda le sue radici in un contesto politico e sociale che non favorisce il contatto umano. Per chi compie atti di bullismo, può essere necessario dare dignità alla rabbia, imparare a riconoscere i segnali della rabbia e della perdita di autocontrollo. In questo modo è forse possibile trovare canali di sfogo che non creino danno a nessuno.

Dott.ssa Marina Vespa
Neuropsichiatra infantile

Tratto dalla rivista: “CON VOI Magazine”
Numero di Ottobre 2015 – rubrica: “L’esperto risponde”
www.convoimagazine.it

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