E se mio figlio fosse vittima di bullismo?


La vittima passiva

Sapere che il proprio figlio è soggetto ad atti di bullismo è sicuramente un’esperienza delle più stressanti e dolorose: i genitori sono scaraventati all’improvviso contro una realtà “aliena” e per primo si ritrovano a combattere con il senso di avere per la prima volta delle armi spuntate. E’ naturale per un genitore provare sentimenti di rabbia, confusione, colpevolezza.
Questa situazione può essere ancor più complicata da affrontare in una famiglia cristiana, dove l’educazione si indirizza all’amore verso il prossimo e non verso la difesa dal prossimo.

Il bullismo a scuola è senza dubbio un fenomeno di vecchia data. Il fatto che alcuni ragazzi siano frequentemente e ripetutamente molestati da altri è stato descritto anche in opere letterarie, ma solo all’inizio degli anni settanta ci si è impegnati in uno studio sistematico di tale fenomeno (Olweus, 1973; 1978).

Il termine inglese “bullying”, di cui l’italiano “bullismo” è la traduzione letterale, è quello comunemente usato per riferirsi ad un individuo o ad un gruppo di persone che critica, molesta o picchia un’altra. In termini generali possiamo definire il bullismo nell’ambiente scolastico nel modo seguente: uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni.

Qual è la dimensione di questo fenomeno? Riporto i numeri del programma di intervento compiuto a Bergen (Norvegia), un progetto speciale che ha interessato 2500 ragazzi e ragazze dai 10 ai 15 anni, frequentanti classi diverse, dalla quarta elementare alla prima media. Sulla base di questo sondaggio è possibile sostenere che il 15% della popolazione delle scuole elementari e medie norvegesi è stato coinvolto nel fenomeno del bullismo, in maniera più o meno consistente, come bullo o come vittima. Ciò significa che uno studente su sette è esposto al rischio di diventare bullo o vittima. Il 9% della popolazione studentesca apparteneva alla categoria delle vittime, il 7% a quella dei bulli, l’1,6 ad una categoria mista, che prevede contemporaneamente l’assunzione di entrambi i ruoli.

Come rendersi conto che il nostro bambino sta vivendo un’esperienza simile? Non è così semplice, nella maggior parte delle esperienze di cui sono stata testimone come medico neuropsichiatra infantile, il bambino era molto bravo nel nascondere la condizione che viveva. Allora cerchiamo di capire dagli indicatori.

Quali sono le caratteristiche della vittima? Questa descrizione si riferisce sia ai maschi che alle femmine; è opportuno ricordare, tuttavia, che pochi sono gli studi sinora condotti sul bullismo fra le ragazze.
Le vittime sono solitamente più ansiose e insicure degli studenti in generale. Inoltre sono spesso caute, sensibili e calme. Se attaccate da altri studenti, in generale reagiscono piangendo (almeno nelle prime classi) e chiudendosi in se stesse. Le vittime soffrono anche di scarsa autostima ed hanno un’opinione negativa di sé e della propria situazione. Spesso si considerano fallite e si sentono stupide, timide e poco attraenti. Solitamente vivono a scuola una condizione di solitudine. Di regola non hanno un buon amico in classe. Non sono soggetti aggressivi né molesti; per questo non si può spiegare il bullismo attribuendolo alle provocazioni delle vittime stesse. Spesso questi ragazzi hanno un’educazione che li rapporta negativamente verso la violenza e l’uso di mezzi violenti. Se sono maschi, probabilmente sono fisicamente più deboli della media. Definiamo questo tipo di vittima passiva o sottomessa, in contrasto con il tipo meno comune rappresentato dalla vittima provocatrice.

Riassumendo sembra che il comportamento e l’atteggiamento delle vittime passive segnalino agli altri l’insicurezza, l’incapacità, nonché l’impossibilità o difficoltà di reagire di fronte agli insulti ricevuti. In altre parole è possibile descrivere le vittime passive come caratterizzate da un modello reattivo ansioso o sottomesso, associato (nel caso dei maschi) alla debolezza fisica.

Alcuni dati della letteratura indicano che le vittime hanno avuto nella prima infanzia, rispetto ai ragazzi in generale, rapporti più intimi e più positivi con i loro genitori, in particolare con la madre. Questo rapporto però può condurre, senza rendersi conto, ad una condizione di iperprotezione. E’ ragionevole ipotizzare che le tendenze verso l’iperprotezione siano allo stesso tempo una causa ed una conseguenza del bullismo.

Esiste però anche il secondo gruppo di vittime: le vittime provocatrici, caratterizzate da una combinazione di entrambi i modelli reattivi, quello ansioso e quello aggressivo. Questi ragazzi hanno spesso problemi di concentrazione e si comportano in modo tale da causare irritazione e tensione; alcuni di essi possono essere definiti iperattivi.

Quali sono gli indicatori per i genitori?
• Uno dei primi sintomi è il rifiuto di andare a scuola;
• Il bambino/ragazzo rientra dalla scuola con tagli e leggere ferite o i vestiti rovinati;
• Il nostro bambino/ragazzo non possiede più i suoi oggetti preferiti che portava a scuola;
• Il nostro bambino/ragazzo non giustifica come ha speso la sua paga settimanale;
• Il nostro bambino/ragazzo ha smesso di frequentare i suoi amici di sempre;
• Il nostro bambino/ragazzo è spesso nervoso o al contrario troppo silenzioso e riservato;
• Il nostro bambino/ragazzo è aggressivo verso fratelli e sorelle;
• Il nostro bambino/ragazzo non vuole uscire di casa;
• Il nostro bambino/ragazzo non va più bene a scuola;
• Il nostro bambino/ragazzo soffre di insonnia e ansia.

Come possiamo prepararci ad affrontare il problema?
La cosa che assolutamente dobbiamo cercare di evitare è quella di reagire in modo spropositato e andare a scuola con sentimenti di rabbia, perdendo le staffe. Generalmente questo comporterà un atteggiamento difensivo da parte degli insegnanti che li porterà, piuttosto che a “vigilare”, a “minimizzare” quello di cui possono essere spettatori. Da parte dei compagni, poi, si acuisce il senso di una compagno debole, che “ha bisogno che la mamma lo protegga”, confermando al bambino stesso che allora è proprio vero che non è in grado di cavarsela da solo, conseguentemente andrà a scadere ancor più la propria autostima.

Se vostro figlio è piccolo e pensate che sia soggetto a bullismo, ma ancora non ne siete certi, chiedete con delle semplici domande:
• Che tipo di attività hanno fatto a scuola?
• Hanno fatto qualcosa che gli è piaciuta? E se no, perché non gli è stata gradita?
• Se l’attività è stata fatta in gruppo, con chi ha giocato di più, con chi ha giocato di meno?
Se il bambino è più grande, dai 6/7 anni in poi:
• Tra i compagni c’è qualcuno che vorrebbe invitare a casa?
• Esiste qualche materia o lezione che non gli piace?
• Esiste qualcuno con cui non gli piace svolgere gruppi di studio e perché?
• Chiedete se gli piace andare a scuola in generale.

Come vedete, si tratta di aprire un canale di comunicazione, non bisogna essere troppo intrusivi e/o troppo diretti; se il bambino inizia a parlare in generale delle sue attività scolastiche, man mano che ascoltate, se ha un problema, lo capirete dalle titubanze, dalle espressioni facciali, dal fatto che di alcuni compagni non parla mai ed evita anche di nominarli.

Se arrivate a chiedere alle maestre, fate attenzione a non affrontare il problema del bullismo come tale, piuttosto chiedete se hanno notato che il vostro bambino sia isolato/a dal resto della classe, magari dicendo che siete preoccupati da qualche problemino di sonno, dal fatto che ultimamente chiede di non andare a scuola, dicendo che ha mal di pancia o mal di testa.

Un netto miglioramento si può avere con l’invitare a casa i compagni preferiti, questo rafforzerà l’amicizia e permetterà al bambino di costruirsi una cerchia “protetta”.
Questo argomento merita uno spazio maggiore, cercheremo di parlarne ancora relativamente alle caratteristiche dei “bulli”, agli interventi che si possono attuare nella scuola quando il problema è già emerso e anche alle caratteristiche dell’educazione genitoriale che influenza e indirizza una modalità di comportamento da vittima o da bullo.
Il Signore ci benedica.

Dott.ssa Marina Vespa
Neuropsichiatra infantile

Tratto dalla rivista: “CON VOI Magazine”
Numero di Agosto 2015 – rubrica: “L’esperto risponde”

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